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"Su Mussolini sono state scritte migliaia di opere, forse più di quando era al potere. Sono tutti libri contrari al duce e al regime, perché in Italia c’è una legge democratica che punisce l’apologia del Fascismo. E tutto ciò per un uomo che, secondo il codice antifascista, non fece - nemmeno per sbaglio - niente di buono per gli Italiani". (Rachele Mussolini -1973).
Dal 1922 al 1945 il "duce" fu lui, Benito Mussolini. Poi fece una fine poco gloriosa. Fu ucciso dai partigiani in maniera forse un po’ troppo sbrigativa, prima che potesse essere arrestato - e processato - dagli anglo-americani.
E’ finito così, nell’aprile del 1945, appeso per i piedi a testa in giù, in una piazza di quella Milano che ne aveva visto, poco più di vent’anni prima, l’affermazione politica e l’ascesa al potere.Per anni, dopo la fine della guerra e la liberazione, in Italia fu chiamato, dal giornalismo stampato e da quello della RAI, "il mostro di Predappio" (sua città natale, in Romagna); e il regime da lui instaurato "il bieco ventennio".
Nell’Italia democratica che succedette all’Italia fascista sostituendosi ad essa, fiumi di parole sono stati scritti sulla sua figura storica: sempre, ovviamente, parole di condanna e di esecrazione, eccettuate le poche e ininfluenti voci dei "nostalgici". Condanna ed esecrazione che scaturivano dall’acredine di uomini politici o intellettuali o giornalisti che da Mussolini e dal fascismo erano stati danneggiati o esclusi da ogni forma di partecipazione politica. Giudizi quindi di parte, pur se comprensibili, come lo sono sempre quelli del vincitore sul vinto; e anche provenienti da uomini politici o intellettuali che fino a un giorno prima erano stati, del "mostro di Predappio", sostenitori o estimatori.
Di Mussolini, dopo la sua caduta, è stato scritto di tutto; ma, tranne rare eccezioni, solo in termini spregiativi e demolitori; la sua figura è stata descritta mettendo in luce solo gli aspetti negativi del suo operato politico.
E’ difficile però che, da un simile punto di vista, per decenni univoco e non contrastato, possa venir focalizzata una figura "storica", soprattutto se ci si rivolge a generazioni che non hanno conosciuto né il personaggio nè la sua epoca, e che quindi necessariamente modellano le proprie convinzioni sulla versione dei fatti che viene loro ufficialmente esibita dal nuovo potere.
Una tale visione unilaterale dei fatti non basta, o perlomeno non basta più oggi, a sessant’anni dalla caduta del vinto. Occorre qualche cos’altro, l’aggiunta di una sfumatura, se c’è, che nessuno riconosce volentieri all’avversario sconfitto, e che anzi si tende in ogni modo a nascondere: l’ammissione a n c h e dei suoi meriti e il riconoscimento del consenso che un certo tal personaggio ebbe nell’opinione pubblica.
Una figura è "storica" se è vista a tutto tondo, con l’analisi o almeno il riconoscimento di t u t t o il suo operato, nel bene e nel male; delle sue nefandezze ma anche di ciò che di meritorio la caratterizza. Altrimenti - e sia detto senza polemica - si fa solo una parodia dell’analisi storica, una inequivocabile frode con occultamento o sottovalutazione dei fatti reali. Non è ingigantendone le colpe o volutamente sottacendone i meriti che si delinea una figura storica: quella di Napoleone non si misura solo con il suo cesarismo o con la sconfitta di Waterloo, né può tratteggiarla solo l’antibonapartismo scaturito dal Congresso di Vienna. E’ il tempo, non il vincitore del momento, a scrivere la Storia.
Aveva cominciato a fare i primi rarissimi passi in Italia, passi molto incerti e osteggiati, un certo revisionismo storico che - basandosi appunto su t u t t o l’operato politico - esaminava e cercava di proporre alle nuove generazioni il regime mussoliniano nella sua completezza, facendo da contraltare a quell’accanimento denigratorio e partigiano che ha caratterizzato la storiografia italiana nell’ultimo cinquantennio. Quel revisionismo che tanto viene messo in discussione e avversato da molta della nostra classe politica, e che ha visto nello storico Renzo De Felice il primo interprete.
Ebbe sicuramente molti torti l’uomo che per vent’anni fu chiamato Duce da italiani e stranieri; commise molti imperdonabili (o fatalmente ineluttabili) errori, specialmente verso la fine della sua parabola politica, quando apparve ormai chiara la sua posizione d’inferiorità e quasi di subordinazione all’alleato tedesco. A questi errori tragici e fatali, come le Leggi Razziali contro gli Israeliti, o la spedizione in Russia contro l'Unione Sovietica. Si potrebbe dedicare un'altra pagina di questo sito: ma in sessant'anni è già stato scritto e detto tanto da voci ben più autorevoli, che questo intervento sarebbe ben povera cosa.
Obiettivamente, però, non può essere accettata la versione che abbia avuto solo torti e commesso solo errori. Ogni opinione al riguardo è da rispettare: lo è certamente quella di coloro che lo condannano senza appello, opinione nata e basata sulla Resistenza e sull'antifascismo. Ma quello che si vorrebbe capire è se la ragione sta tutta dalla loro parte e se proprio farneticassero coloro che, a quel tempo, coglievano anche gli aspetti positivi della politica e delle realizzazioni mussoliniane.
Consigliabile è la lettura "i sangue dei Vinti di Gaiampaolo Panza", tacciato di revisionismo storico, ma obbniettivamente, viene data una chiave di lettura dei corsi storici del periodo che invitano ad una profonda riflessione.
Qualche merito - si osa supporre - deve pur averlo avuto quell’uomo, tanto incensato da noi italiani e tanto apprezzato da larga parte dell’opinione pubblica anche straniera.
"La verità non si trova nelle leggende partigiane che colmano la storia. Oggi, essendo sottoposto al ricatto comunista, il mondo intellettuale [italiano] tradisce la Storia e, così facendo, tradisce le generazioni future" .
Bisognerebbe capirne di più, saperne di più: al di là dei limiti della storiografia oggi prevalente e del voluto disconoscimento dei fatti, sino ad ora presente un po’ dovunque in radio, televisioni, giornali, e soprattutto testi scolastici.
Capire se quello di Mussolini fu veramente e solo un "bieco ventennio", e se lui fu veramente e solo "il mostro di Predappio".
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